Presentazione Mostra, Umane Presenze - 18 Dicembre 2015

Published on December 18, 2015 in Events

Francesco Stefanini

Dicembre 2015

"Se fosse il titolo di un film della Wertmuller, una mostra di Dora Bendixen potrebbe titolarsi, “Figure colte in una normale quotidianità nel gioco difficile e complicato della vita.” A questo ho pensato osservando a lungo le sue opere e le sue figure.
Le persone (bambini, familiari, amici, parenti, gente comune) che Dora ritrae sono colte in pose quotidiane, mentre svolgono normali mansioni, camminano, stanno sedute, si girano di spalle, stanno insieme in stanze o al mare, a volte con altre spesso in gruppo, si guardano e non si guardano, hanno guardi lontani, fissano un punto e magari guardano noi che le osserviamo ma stanno ferme, non fanno nulla, esistono. Bacon sosteneva che, se metti in un quadro più di una persona, crei un racconto anche se non lo vuoi. E i personaggi di Dora stanno insieme e quindi creano un racconto.

Ma quale storia narrano? Sono storie di sguardi persi, di volti appena abbozzati ai quali spesso mancano gli occhi per vedere e la bocca per parlare. Si dice che spesso ci si sente più soli quando si è in compagnia di altri. Credo che Dora Bendixen voglia parlarci proprio delle solitudini mai vissute da soli. I suoi grandi quadri sono realizzati con tratti veloci e pennellate rapide (può ricordare la forte gestualità di Marlene Dumas) e i personaggi abbozzati, a volte non finiti. Dora non vuole accarezzargli la pelle, se indugiasse troppo potrebbe innamorarsene. Meglio non terminare il dipinto, così può aggiungere altre pennellate, altre sfumature. Il suo lavoro, in costante “divenire”, non è finito fin quando non esce dallo studio. Le sue figure, spesso quasi a grandezza naturale, appaiono come attori sul palco di un teatro: ognuno di loro può recitare la parte che Dora assegna da abile regista, posizionando le luci, studiando le ombre e la composizione. Dora è norvegese come Edvard Munch. Chi non ricorda la famosissima opera “L’urlo” ? Provate a pensare a quel grido urlato e disperato come un punto di partenza e vedrete che questo fil rouge invisibile tiene unito tutto il percorso creativo di Dora. E’ ovvio che l’eredità è culturale, certo i due artisti hanno visto seppure in tempi diversi gli stessi paesaggi, le stesse luci, le stesse ombre, le stesse notti. Dora dipinge il paesaggio raramente, la sua attenzione è rivolta quasi ossessivamente all’uomo e ai volti, sempre più dilatati e grandi, molto più grandi del reale. Ma la differenza con l’illustre conterraneo è, a mio parere, che in Dora il dramma, se c’è, non è mai teatrale, i suoi personagginon gridano, non si agitano, sono soli e muti, distanti e assenti.

Stanno lì e lei ce li restituisce così come sono, senza enfasi, con il pudore delle loro tristezze, con i loro taciuti pensieri. La pittura di Dora Bendixen (è anche una bravissima scultrice) potrebbe collocarsi, per la forte componente esistenziale e sociale che trasmette con le sue presenze umane, nel filone espressionista ma nello stesso tempo quasi metafisico per la sua narrazione sospesa in un tempo e uno spazio indefinito, straniante e magico."

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